Confermava le loro parole con segni miracolosi

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Sappiamo che l’annuncio del Vangelo non è una scelta per la Chiesa, ma è il suo dovere primario, la sua ragione d’essere, ma sappiamo anche che in questo compito non è sola, perché il vero protagonista di ogni missione ed evangelizzazione è lo Spirito Santo. Lui è il nuovo maestro della Chiesa e di ogni evangelizzatore. Lui ci insegnerà ogni cosa e ci ricorderà tutto quello che Gesù ci ha detto.

È sempre lo Spirito Santo che susciterà in noi la preghiera di lode e di ringraziamento. La forza convincente ed efficace del nostro annuncio sarà condizionata dall’intensità della nostra preghiera. Non saranno mai le nostre parole a commuovere il Padre, ma soltanto quelle dello Spirito che è in noi.

Gesù ha predicato il Vangelo con la potenza dello Spirito Santo e ha inaugurato la sovranità di Dio su ogni situazione di schiavitù, di sofferenza e di morte mediante miracoli, liberazioni e guarigioni. Anche gli Apostoli e i discepoli hanno predicato e agito nella potenza dello Spirito, pienamente convinti che Egli ungeva il loro lavoro. Erano certi che lo Spirito muoveva i cuori delle persone, affinché accettassero il loro annuncio, e che li rafforzava in mezzo alle tribolazioni; mentre noi non operiamo sempre con questo convincimento.

Se la nostra evangelizzazione a volte è sterile è forse perché poniamo più fiducia nelle nostre capacità umane che nell’opera potente dello Spirito Santo. Per questo dobbiamo ridargli il posto e l’importanza che gli spetta, in modo che il nostro annuncio porti frutti abbondanti e duraturi.

L’evangelizzazione, per essere efficace, ha bisogno che noi veniamo rivesti di Potenza dall’Alto e che viviamo e rimaniamo nella presenza dello Spirito Santo. E cosa possiamo fare per ottenere questa Potenza dall’Alto? Basta vedere come l’ottenne Gesù e come l’ottenne la Chiesa. Gesù aveva ricevuto anche Lui il battesimo e stava in preghiera, quando il cielo si aprì e scese su di Lui lo Spirito in forma di colomba. Fu dunque la sua preghiera a squarciare i cieli e a far scendere lo Spirito Santo.

La Chiesa fa la stessa cosa: lo Spirito Santo, a Pentecoste, viene sugli Apostoli mentre essi erano concordi e perseveranti nella preghiera.

Ora l’unica cosa che possiamo fare nei suoi confronti è di invocarlo e di pregare. Non ci sono altri mezzi. Dio si è compromesso a donare lo Spirito a chi prega. L’evangelista Luca infatti dice: <<Quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono>>.

Più aumenta l’impegno di evangelizzare più deve aumentare la preghiera.

 

Un’evangelizzazione profetica

Ora è proprio dalla preghiera che dipende se noi saremo profeti veri o falsi. L’evangelizzazione ha bisogno di uno spirito profetico, perché solo un’evangelizzazione profetica può scuotere questo mondo. Dice a riguardo S. Pietro: <<Chi parla lo faccia come con parole di Dio>>. Ma come si fa a parlare “come” con parole di Dio? Questo è possibile solo se noi siamo in contatto con la sorgente stessa della Parola. Un contatto intimo, di cuore e di volontà con il Signore. Solo così potremo avere una predicazione profetica.

Dopo la preghiera, un altro mezzo importantissimo per permettere allo Spirito di operare attraverso il nostro annuncio, è la purezza delle intenzioni, la purezza del cuore. Lo Spirito Santo agisce potentemente se il nostro annuncio è puro.

Dunque è importante il nostro impegno a vivere il più possibile una vita santa. Solo una forte tensione alla santità aiuta gli evangelizzatori a superare la stanchezza, la delusione, l’accomodamento, il disinteresse e soprattutto la mancanza di gioia e di speranza.

Ogni evangelizzazione è anche condizionata dalla personale testimonianza cristiana, che deve precedere e accompagnare il servizio della Parola. Si è evangelizzatori anzitutto per quello che si è, e poi per quello che si dice o si fa.

Il nostro modello è sempre Gesù, Lui è “l’Amen”, il Testimone fedele e verace alla sua alleanza eterna e a tutte le sue promesse di salvezza. Queste infatti hanno avuto in Cristo il loro “Sì” definitivo e il loro “Amen” totale. La fedeltà dunque è la caratteristica fondamentale della testimonianza di Gesù.

Perciò a ogni suo discepolo, suo imitatore, si richiede anzitutto la testimonianza fedele al Vangelo di Gesù. Mentre oggi uno dei valori più calpestati è proprio la fedeltà, sia nel campo umano sia come virtù cristiana. Questo valore è calpestato fino al punto da essere diventata “naturale” l’infedeltà alla parola data, all’impegno assunto, al giuramento. E anche nella vita di quanti sono discepoli del “Testimone fedele” la fedeltà è oggi una delle virtù cristiane più dimenticate; anche per molti di noi è diventata “normale” l’infedeltà ai più elementari doveri cristiani.

La testimonianza consiste anche nell’essere coscienti dei propri limiti umani: non dobbiamo nutrire ambizioni sovrumane, né pretendere l’esito costante della nostra missione, ma dobbiamo saper accettare anche le delusioni, i fallimenti, con la pazienza di chi è consapevole di dover solo piantare e irrigare il seme della Parola, ma che la crescita è riservata a Dio. Dobbiamo tenere presente che c’è qualcosa che è solo di Dio: realizzare la salvezza.

Dio ci può dare tutti i suoi doni, Sé stesso, la sua grazia, ma non può lasciare di essere Dio. Se chi evangelizza ha la convinzione di essere lui a operare la salvezza, allora si mette al posto di Dio; a noi spetta solo di mettere la migliore impalcatura possibile e Dio poi vivifica la nostra impalcatura, e questo avviene solo se il nostro atteggiamento è umile.

Se vogliamo che Gesù sia conosciuto e amato, allora non sono possibili gelosie e tanto meno “sgambetti”. Ciascuno ha una missione che completa quella dell’altro. La nostra testimonianza non deve ambire esiti personali, né la vanagloria dell’applauso umano, ma essere solo tesa a far nascere la fede in ogni persona che incontriamo, con la consapevolezza di sentirci sempre dei servi inutili.

 

Affinché Dio sia tutto in tutti

Questa è anche la nostra conversione. Chi non si è convertito veramente non può annunciare agli altri con forza testimoniante la conversione dagli idoli di questo mondo e farli passare così al libero servizio del Dio vivo e vero. L’annuncio del Vangelo infatti è intimamente legato a quel misterioso dinamismo della salvezza che si chiama conversione dell’uomo.

Credere al Vangelo e convertirsi al Vangelo non sono due cose distinte, ma una sola. Non dobbiamo mai separare l’annuncio dalla conversione. Guai a noi se annunciamo un Vangelo che dice: <<Per convertirvi avete ancora tempo>>…

Dunque ogni processo di evangelizzazione parte da un atteggiamento di conversione. Così ha iniziato Gesù la sua predicazione: <<Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo>>. Perciò c’è bisogno di rinnovare la nostra conversione, cioè volgere lo sguardo verso il nostro incontro personale con Gesù. Ma noi siamo veramente convertiti al Vangelo che predichiamo?

Evangelizzare non significa annunciare una semplice dottrina, ma una persona viva, Gesù Cristo, che ci ha talmente coinvolti da farne una esperienza personale. Di questo noi dobbiamo parlare: di Colui che abbiamo “visto, udito e toccato”. Dell’incontro con il Risorto.

E quando si predica Cristo risorto e presente si è costretti a un incontro di risurrezione con Lui. L’evangelizzatore annuncia, rende presente e comunica la morte e risurrezione del Signore: “morire in Cristo” vuol dire togliere tutto ciò che impedisce di vivere nell’amore e “risuscitare con Cristo” significa vivere in sintonia con Lui, in una disponibilità totale all’amore. Si prepara così la futura risurrezione in Lui.

C’è un incontro in questa vita che prepara a un incontro futuro, definitivo; e il nostro lavoro cristiano consiste proprio nel preparare l’umanità e la creazione all’incontro definito con il Padre in Gesù che ci deve rifare nuovi.

Questo è anche il significato del tempo. Ogni nuovo giorno ci offre la grande novità di avvicinarci un po’ di più a questa umanità restaurata in Gesù. Tutto sta camminando verso questa restaurazione, perché Gesù possa presentare al Padre la creazione nuova in modo che “Dio sia tutto in tutti”.

 

Annuncio, liberazione e guarigione

Il Signore ci sta chiamando dunque con voce possente ad annunciarlo al mondo intero con la forza che ci viene da Lui e dal suo Spirito.

Ci chiama ad essere pescatori di uomini, e ci dice: <<Guardate avanti! Prendete il largo!>>.

Prendiamo il largo allora, andiamo ad annunciare con la potenza dello Spirito Santo la nostra esperienza di Dio, Colui che abbiamo incontrato e che ci ha chiamati. Annunciamo con forza che ogni uomo è amato da Dio!

Sì, fratello, sorella, tu sei amato da Dio! Questo è il semplicissimo e sconvolgente annuncio che dobbiamo far risuonare: Dio ti ama! Gesù è venuto per te, per te Gesù è via, verità e vita. Non possiamo tacere ciò che abbiamo visto e sentito in questi anni vissuti nel Rinnovamento Carismatico e nella Comunità. È giusto, doveroso e necessario alzare la voce e proclamare al mondo intero le meraviglie che opera il Signore.

Annunciamo a tutti che Gesù è vivo, ieri, oggi e per sempre; annunciamo che la sua Parola è viva ed efficace, imponiamo le mani e guariamo gli ammalati. Non è tempo di tacere e di stare fermi. Il Signore secondo la sua Parola confermerà anche oggi il nostro annuncio con segni e prodigi. Il ministero di evangelizzazione nella Chiesa e nel Rinnovamento Carismatico fin dal suo nascere è stato accompagnato da segni, miracoli, guarigioni. Che cosa c’è di strano che il nostro Dio compia delle meraviglie se Lui è il Dio delle meraviglie e ci vuole sempre meravigliare?

Quando si parla di prodigi legati all’evangelizzazione, spesso alcuni tirano in ballo la santità. I santi sì, ma altri no. Quando Gesù inviò prima gli Apostoli e poi i 72 discepoli non ha verificato la santità né dei primi né dei secondi; sappiamo di che pasta erano gli Apostoli.

I segni e prodigi non sono solo appannaggio della santità degli Apostoli e dei discepoli, ma secondo la sua Parola sono per la predicazione: <<E Dio confermava le loro parole con segni miracolosi>>. La nostra evangelizzazione non si deve esaurire solo nell’annuncio, ma si deve estendere alla liberazione dal male e alla guarigione dalle malattie. Perché Gesù nella sua predicazione non si è limitato a proclamare la liberazione e la guarigione, ma ha rimesso concretamente in libertà gli oppressi e ha guarito i malati.

L’annuncio che libera, guarisce e tocca i cuori deve essere come un grido. È il grido che Gesù è risorto! Sì, Egli è veramente risorto! Questo è un grido che spezza le catene di ogni schiavitù, fa crollare i muri di separazione, eretti dall’odio, dall’egoismo, dalla violenza, dalla guerra; questo grido fa crollare le mura di ogni Babilonia, di tutte le Sodoma e Gomorra dei nostri tempi.

 

Risuscitate i morti

Questo grido riecheggia fino ai confini della terra. Questo è il grido che ci dice che la pietra del sepolcro è rotolata via, che la tomba è vuota, che il sepolcro è vuoto, e che il Signore della vita è risuscitato e vittorioso sulla morte e su ogni morte e, ora si trova nella gloria! E che anch’io partecipo con Lui alla vittoria sulla morte.

Ora in questo mondo dove regna la morte, il nostro annuncio che Gesù è risorto fa ritornare alla vita i morti. Ci sono dei virus mortali nel nostro mondo: quanti bambini vittime di violenze, di sfruttamento; quante vittime della fame, della povertà, dell’aborto; quanti giovani, quante popolazioni colpiti dall’aids; siamo sommersi da guerre, terrorismo, suicido, individualismo, materialismo, odio.

Il nostro compito allora è quello di diventare conquistatori di tutte le forme di morte che sono in questa valle di lacrime. Come Ezechiele anche noi dobbiamo profetizzare il ritorno alla vita delle ossa aride.

Gesù ci ha comandato di “risuscitare i morti”. Questo è quello che stiamo facendo, in senso spirituale, quando evangelizziamo, quando annunciamo che Gesù è risorto! Sì, Egli è veramente risorto!

Questo grido immette nel mondo gli “anticorpi” contro tutti i “virus della morte”. Sì, è una lotta; siamo tutti in un periodo di lotta, di duello tra colui che è omicida fin dall’inizio e il Signore della vita. È una lotta che non ci deve mettere paura. Di chi dovremmo avere paura? Dice la Scrittura che la Parola è una lama a doppio taglio che incute terrore a Satana. E la nostra Parola è Gesù, è Gesù risorto: questa Parola potente e onnipotente che fa tremare tutto l’inferno.

La Chiesa partecipa alla vittoria di Gesù sul diavolo, perché Gesù ha dato ai discepoli il potere di cacciare i demoni. E la Chiesa esercita un potere vittorioso attraverso la fede e la preghiera, e anche attraverso l’evangelizzazione.

Un ultimo pensiero a Maria, madre e discepola di Gesù, Lei che è stata un catechismo vivente, madre e modello di ogni evangelizzatore.

Come l’apostolo Giovanni, il discepolo amato da Gesù, è diventato figlio di Maria in quanto la prese con sé quale vera Madre sua, così anche ogni evangelizzatore deve prendere con sé Maria come sua vera Madre spirituale. E quindi introdurla nella propria esistenza cristiana e nella propria storia quotidiana; e vivere con Lei un intimo rapporto d’amore, di fedeltà, di consiglio e d’invocazione, di abbandono fiducioso come quello di un figlio con sua madre.

Ci insegni la Madre del Signore a essere docili all’azione dello Spirito Santo così come lo è stata Lei, perché anche noi possiamo “generare” negli uomini la nuova e immortale vita del Signore Gesù, mediante il nostro annuncio del Vangelo.

 

Pescatori di uomini

Dobbiamo tenere presente che gli evangelizzatori non sono dei professori che vanno in giro a diffondere dottrine, ma sono pescatori di uomini, come lo sono stati gli Apostoli, poi i discepoli e tanti fratelli nel corso della storia. E allora riflettiamo su quali sono le qualità che deve avere un buon “pescatore di uomini”, qualità che sono in qualche modo simili a quelle necessarie per essere un bravo pescatore di mare.

 

La prima dote è la pazienza. Un bravo pescatore deve imparare ad aspettare fin tanto che il pesce non abbocca; non deve essere irrequieto, altrimenti spaventerà il pesce. Analogamente il bravo pescatore di uomini deve dar prova di pazienza, al di là dei risultati immediati, imparando ad aspettare il momento in cui verranno i risultati secondo i tempi di Dio.

Il pescatore di uomini, come quello del mare, deve avere la dote della perseveranza: non deve rinunciare subito se il lavoro non sembra dare frutti.

Il bravo pescatore ha bisogno di molto coraggio per affrontare il mare aperto e agitato, perché se si limita a pescare vicino alla costa non ne ricaverà molto frutto; analogamente il bravo pescatore di uomini deve affrontare con coraggio la tempesta che potrà seguire alla proclamazione della verità del Vangelo (persecuzione da parte di alcuni, derisioni, ecc.)

Come il bravo pescatore del mare, il pescatore di uomini deve saper quale è il tempo giusto per la pesca; deve saper distinguere qual è il momento adatto per proclamare la buona novella, quando parlare o quando tacere.

Il bravo pescatore deve adattare l’esca al pesce, perché non tutti i tipi di pesce amano la stessa esca; analogamente il buon pescatore di uomini deve far sì che il modo di evangelizzare sia idoneo ai luoghi e ai momenti, deve adeguarsi alle circostanze diverse e alle persone diverse a cui si rivolge.

Il buon pescatore di uomini deve avere l’umiltà di riconoscere di non essere adatto per alcuni compiti d’apostolato e, soprattutto, deve avere l’accortezza di mettersi in disparte, di lasciare ad altri, e poi non presentare sé stesso, ma Cristo, proprio con l’attenzione che il pescatore ha di non far ombra sul mare per non spaventare i pesci.

 

Leggendo con attenzione il brano di Luca (5,5) notiamo che le barche erano state tirate a riva, non stavano sfidando il mare profondo, e che i pescatori erano scesi e stavano lavando le reti. Non erano riusciti a ottenere nulla, erano stanchi, non avevano dormito tutta la notte e soprattutto erano demoralizzati: tutto quel lavoro, tutto quello sforzo senza essere riusciti a pescare nulla.

Quante volte anche noi ci siamo sentiti così, nel nostro lavoro o nel nostro servizio al Signore: tanto lavoro, tanto sforzo, lanciamo la rete, facciamo un piano, lo rifacciamo e non otteniamo nulla!

Allora, come dice il passo, “lavavano le reti”, che sta a significare: non andiamo più a pescare, questo compito è finito, ci dedichiamo ad altra cosa; andremo a riposare a casa, non faremo più tentativi, “laviamo le reti”.

Quante volte anche noi “laviamo le reti” di fronte alle difficoltà, di fronte all’insuccesso. “Laviamo le reti” quando ci offendono, o ci rimproverano, o ci fanno verità. “Laviamo le reti” quando abbiamo trascorso tutta la notte sotto l’ombra del peccato.

Quante volte vogliamo “lavare le reti” dicendo: questo ora non è più per me; io qui abbandono, lascio tutto, non voglio più andare a pescare, non voglio più sapere di barche, di pesci, non voglio più sapere di Comunità, di fratelli, di problemi tra i fedeli, tra responsabili, me ne vado via, mollo tutto, “lavo le reti”!

 

È da notare poi che Gesù non sale su una barca qualsiasi ma su quella di Simone, e da lì, sedutosi, prende a insegnare alle folle; e questo ci fa riflettere che solo dalla barca di Pietro, cioè dalla Chiesa, si realizza l’evangelizzazione.

Quando Gesù termina il suo discorso dice quindi a Simone: <<Adesso vai verso il mare aperto e getta le reti per pescare>>. È interessante vedere che Gesù prima di salire sulla barca chiede il permesso, ma una volta salito diventa il capitano, dà ordini, indica la direzione dove andare. Così accade per ciascuno di noi: Gesù prima ti chiede il permesso di entrare nel tuo cuore, perché Lui è quello “che bussa alla tua porta”. E se tu ascolti la sua voce e gli apri la porta, allora Lui entra e si siede al primo posto. Poi comincia a indicarti qual è la direzione della tua vita, prende le decisioni, prende Lui il comando.

Notiamo anche che Gesù è salito sulla barca di Pietro dopo che Pietro per tutta una notte si era affannato a pescare con le proprie forze. Quante volte anche noi siamo andati a pescare senza di Lui, da soli, con le nostre forze. Questo è il nostro peccato: andare a pescare senza Gesù.

Ma quando riusciamo ad aprirgli il nostro cuore, Lui entra e ci dà ordini e ci dice di prendere il largo, di non rimanere a riva. Mentre noi ci accontentiamo di quello che abbiamo già e rimaniamo a riva; non ci piace andare in mare aperto. Tutti i nostri problemi, per lo meno i più importanti, provengono da questo rimanere in superficie, dal non andare in profondità. Abbiamo bisogno di uno spirito da pescatore per obbedire a questo ordine di Gesù, per sfidare il mare, per non rimanere ancorati dove siamo.

Pietro rigetta dunque le reti per pescare. Ora Pietro è un esperto pescatore, aveva trascorso tutta la vita su una barca. E un falegname (Gesù) dice a un pescatore esperto dove deve pescare e a che ora lo deve fare. Infatti Pietro poi risponde: <<Maestro, abbiamo pescato tutta la notte>>, come per dire: la notte è il momento migliore per pescare e tu credi che adesso si possa pescare; chi conosce la pesca sono io!

È un guaio quando noi pensiamo di saperne più di Gesù. E facciamo tutto in base alla nostra esperienza. Pietro invece si sottomette e dice: <<Sulla tua Parola, Signore, io getterò la rete>>. Questo significa: io sono l’esperto, ma Tu ne sai più di me. Quando Dio vuol realizzare un grande progetto con noi, allora spezza i nostri schemi e la nostra logica, per mandarci in mare aperto a pescare in acque profonde. Colui che risponde con fede prenderà una grande quantità di pesci. Pietro non aveva mai visto tanti pesci in una sola pesca.

 

Il miracolo era appena iniziato, che già sorge un problema (i miracoli creano sempre problemi e per questo, a volte, ci sembrano scomodi). Il problema era che le reti troppo piene, minacciavano di spezzarsi e bisognava prendere subito una decisione. Pietro aveva diverse alternative in quel momento: poteva tirare su una parte di pesci e ributtare a mare gli altri; poteva prendere i pesci che erano in cima alla rete e tornare poi a prendere gli altri; poteva tirare su le reti piene, anche col pericolo che si spezzassero e che la barca si rovesciasse.

È da notare che Gesù a questo punto non fa un altro miracolo per sistemare loro le cose, ma lascia che i pescatori decidano da soli il da farsi. Pietro allora trova la soluzione al problema chiamando in aiuto i compagni dell’altra barca.

È Pietro che dalla sua barca li ha chiamati, non sono loro ad aver preso l’iniziativa. La barca di Pietro è la Chiesa gerarchica e sull’altra barca non c’erano gli Apostoli; potremmo dire che era la barca dei laici e allora si comprende bene che il miracolo non è tanto nel gran numero di pesci, ma nell’unione dei pescatori. E questo è il “sogno” di Gesù, che in uno dei momenti più solenni della sua vita pubblica ha pregato così: <<Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato>>.

Sappiamo quanto è difficile l’unità, perché richiede il disinteresse, la rinuncia a concentrarsi sul successo: i pescatori del passo di Luca rinunciano al proprio interesse, al proprio successo, e le due barche condividono il peso, tanto che quasi vanno a fondo. E noi, per l’unità, siamo pronti a fare lo stesso?

 

di Paolo Serafini

Autore dell'articolo: Comunità Gesù Risorto Modena

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