“Aspirate ai carismi più grandi e io vi mostrerò una via migliore di tutte” (1 Cor 12, 31)

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PRIMA PARTE

Fratelli e sorelle,

alle sorgenti di ogni discorso sullo Spirito Santo è sempre l’amore;

alle sorgenti di ogni possibile interpretazione della realtà dei carismi, della loro utilità, del loro progredire nella nostra vita comunitaria è sempre la carità.

 

La carità, “via migliore di tutte”

I carismi sono “prove autentiche” che Gesù è vivo ed è con noi;

il nostro servizio carismatico deve essere la “prova autentica” che non viviamo per noi stessi, ma che lo Spirito ci fa vivere per gli altri .

Ecco la “via migliore di tutte”. “Aspirare” a questa via, come chiede l’apostolo Paolo, esige sforzo, comporta il desiderio di progredire intorno alle cose spirituali.

  1. Paolo non dice la via maggiore, ma la “via migliore”, cioè quella che procura il massimo vantaggio, la massima gioia.
  1. Giovanni Crisostomo, commentando questo verso della 1 Cor 12, 31, afferma:

“S. Paolo vuol dire proprio questo: Rimanete nel desiderio dei carismi ed io vi mostrerò la via dei carismi. Non disse vi mostrerò il carisma, ma la via. Perché? Perché mentre i carismi non vengono dati tutti a tutti, ma ad alcuni questi e ad altri quegli altri, così non è per la carità: è un dono universale, perché si tratta della carità verso il prossimo.

E ancora, in un altro commento, S. Giovanni Crisostomo completa il discorso dicendo:

“I carismi senza la carità separano, i carismi con la carità abbondano. La negligenza della carità è la causa di tutti i mali di una comunità. Infatti, spesso i carismi non solo non tengono conciliati e uniti i membri di una comunità, ma addirittura separano anche quelli che stavano uniti; la carità, invece, è capace di per se stessa di conciliare e di fare un solo corpo di coloro che a causa dei carismi si erano disuniti”.

E così conclude:

“Pertanto, anche se non volessi amare il fratello perché è un dovere, accetta la carità per il fatto che ne riceverai solo segni migliori e ti procurerai un carisma abbondante”.

Insomma, nel tuo interesse: “se vuoi essere un carismatico devi amare”.

Ogni mancanza di carità è mancanza di carismi, non possiamo dimenticarlo.

“Lo Spirito non sa fingere e se ne sta lontano da chi finge” afferma l’autore del libro della Sapienza (cf Sap 1, 5). “La carità non abbia finzioni”(Rm 12, 9) ammonisce S. Paolo.

Lo Spirito Santo, che “ci ha iniziati” nella preghiera, vuole ora “completarci” in un servizio sempre più improntato alla carità fraterna.

Ho compreso, nella mia esperienza personale, che “bisogna amare molto Dio per amare un poco gli altri”. È lo stesso amore, perché procede dal medesimo Spirito, ma non risulta mai “tanto quanto”.

Lo stesso amore che verso Dio sembra fluire facilmente, si fa molto esigente quando diviene l’amore che dobbiamo dare ai nostri fratelli. Perché l’amore di Dio ci è stato procurato una volta per tutte da Gesù; l’amore per i fratelli, invece, è una continua acquisizione. Si conquista e si può perdere ogni giorno, perché Satana lavora instancabilmente contro la stabilità dell’amore fraterno.

“Operari sequitur esse”, il nostro fare è espressione del nostro essere. Non ci sono, allora, buoni pastorali, ma buoni membri di pastorale; non un buon Comitato Nazionale, ma buoni membri del Comitato Nazionale. Se il pastore è buono, il suo servizio pastorale sarà buono; se è mediocre, sarà mediocre.

Che triste considerare le divisioni provocate da un cattivo uso del carisma pastorale. Che triste vedere gruppi e comunità che “improvvisano responsabili”, che non applicano seriamente i criteri di discernimento fondamentali per promuovere una “pastoralità carismatica”.

Che triste assistere a “raffreddamenti d’amore” nella sottomissione fraterna che il carisma pastorale impone, specie in una realtà come il RnS articolata su più livelli pastorali.

Un  triplice dinamismo d’amore

Il nostro servizio pastorale fa i conti, in via esclusiva, con l’amore di Dio.

In questa luce, proviamo a definire il nostro servizio in una triplice dinamica d’amore:

  • Servizio pastorale come “offerta d’amore”
  • Servizio pastorale come “intimità nell’amore”
  • Servizio pastorale come “profezia dell’amore”

Servizio pastorale come “offerta d’amore”

Molti pensano che sia sufficiente un corso di specializzazione in pastorale per rinnovare una diocesi o una parrocchia; al contempo qualcuno potrebbe credere che siano sufficienti buoni libri o buoni regolamenti sul nostro servizio pastorale per avere un buon Rinnovamento.

“Né chiamò alcuni perché stessero con Lui” (Mc 3,13). Ecco la “scuola dell’amore”, dove s’impara dallo Spirito e s’impara una persona, Gesù. Gesù dedicò molto tempo ai suoi apostoli (“spiegava loro ogni cosa” [Mc 4, 34]) e li preparò alla comunicazione piena del suo Spirito che ricevettero nel giorno di Pentecoste “Quando verrà lo Spirito vi insegnerà ogni cosa, vi ricorderà tutto quello che io vi ho detto” [Gv 14, 26].

Servizio pastorale come “intimità nell’amore”

C’è una regola d’oro, data da Gesù, per orientare e vivere un vero e fecondo servizio pastorale: “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto” (Gv 15, 5).

L’efficacia dell’azione pastorale non dipende da piani ben elaborati, organigrammi, dinamiche attrattive, ma dall’unione che noi abbiamo con Gesù.

Quanti fallimenti e frustrazioni derivano dal fatto che trascuriamo questa intimità con Gesù, tutti preoccupati di metodi, di piani umani, che tutti possono vedere e imitare.

Saremo buoni pastori e faremo del bene se Gesù vive in noi e noi in Lui. Perché ogni incontro con Gesù ti capacita, ti rende pronto. Gesù è la vita: questa vita divina deve comunicarsi attraverso coloro che stanno uniti a Lui nello Spirito Santo.

 

Servizio pastorale come “profezia dell’amore”

Se il nostro servizio non è profetico, i risultati saranno scarsi. Il pastore comunica ciò che contempla; non dice del suo, ma lascia parlare Dio con il quale è stato “bocca a bocca”, “faccia a faccia” nella preghiera.

“Lo Spirito prenderà del mio e ve l’annunzierà (Gv 16, 13)”. Ogni nostro difetto nel parlare, ogni nostra incapacità di esprimere il pensiero di Dio nelle situazioni diverse nelle quali siamo chiamati a pronunciarci, è carenza di ascolto, di contemplazione nello Spirito.

Non ci è chiesto d’improvvisare, né di far apparire una altro Gesù. Lo stesso Gesù afferma: “Ho detto al mondo tutto quello che ho udito dal Padre mio” (Gv 8, 26). Dinanzi a questa assoluta fedeltà del Figlio di Dio che attesta di “non aver improvvisato”, di non essere venuto a parlare di sé, da sé o per sé, dovremmo provare un pò di vergogna per tutte le volte che abbiamo ridotto a sentimento, a sociologia, a filantropia l’azione profetica che lo Spirito ci consegnava, sostituendo alla Parola le nostre parole o personalizzandola a nostro uso.

 

“Carità pastorale”:  cinque azioni dello Spirito

Giunti a questo punto, non possiamo chiudere questa prima parte senza prima avere fatto una verifica del nostro essere “servitori nel RnS”, responsabili o animatori chiamati a “rendere ragione di questa speranza” (cf 1 Pt 3, 15) che è la carità dello Spirito.

Come si fa questa verifica, come la conduce lo Spirito Santo? Ebbene, la misura è soltanto una, se veramente non vogliamo che sia blanda: è quella del sacrificio, del martirio fatto di prove e di sofferenze con cui riusciamo a perseverare nella nostra chiamata.

Ogni martirio è una vittoria dello Spirito! Ogni resistenza nell’amore è una risurrezione dello Spirito in noi, altro che morte o sconfitta.

Una verifica in cinque verbi, cinque azioni dello Spirito di cui un vero animatore del RnS deve poter rispondere dinanzi ai propri fratelli, ma anche dinanzi ai Vescovi e a quanti chiedono ragione del nostro impegno.

  • scegliere il RnS
  • vivere il RnS
  • difendere il RnS
  • diffondere il RnS
  • sostenere il RnS.

Scegliere il RnS

Lo Spirito ci ha scelti, ma noi abbiamo veramente “scelto di appartenere” al RnS? Un’appartenenza responsabile, non emotiva o episodica; un’appartenenza aperta alle continue varianti che lo Spirito propone lungo il cammino e non legata ad un’esperienza abitudinaria che non genera più alcuno stupore.

Scegliere il RnS significa assumere il suo destino, intanto le sue miserie di cui non ci si deve mai scandalizzare, né cercare a tutti i costi “colpevoli” grazie ai quali ci deresponsabilizziamo.

Scegliere il RnS significa, per un responsabile, non essere distratto da mille altre proposte ecclesiali che “giustificano” il “non avere tempo” per il gruppo.

Scegliere il RnS è una scelta che impone altre scelte; è una scelta che deve farsi rispettare, dinanzi ad un parroco, come dinanzi ad un Vescovo, perché trattasi di un servizio all’unica Chiesa di Cristo, all’unico gregge di Dio: non è alternativa a niente e a nessuno, non è in contrasto a niente e a nessuno, non può essere legata ai favori di un parroco o al suo umore.

La Chiesa italiana ha “scelto” di legarsi al RnS in una forma canonica, così che il  nostro servizio non solo risulti essere ecclesiale, ma addirittura apprezzato dalla Gerarchia.

Pertanto, non sono più ammissibili risposte di animatori e responsabili che hanno tempo per fare nella Chiesa mille cose e non hanno tempo per il RnS, che della Chiesa vuole essere un’espressione compiuta nel cammino dei nostri gruppi e comunità.

Occorre che molti si decidano, facciano una scelta definitiva, senza più paura di scontentare qualcuno, perché stanno già scontentando, di fatto, i fratelli privandoli di un cammino serio; senza più riduzioni di senso teologico ed ecclesiologico della vita del nostro Movimento. Il RnS esige, per volontà della Chiesa, guide preparate, impegnate e dedite alla cura dei fratelli.

Vivere il RnS

Il RnS non può iniziare e finire in un incontro di preghiera settimanale. La preghiera comunitaria è solo l’inizio. Eppure molti vivono solo un rinnovamento che passa “d’inizio in inizio”, senza che alla preghiera comunitaria si aggiunga altro. Questo, allora, non si definisca gruppo: è niente altro che un “cenacolo di preghiera”.

Un gruppo o una comunità del RnS vive della Parola di Dio, vive delle celebrazioni comunitarie con cadenze regolari, vive di rapporti fraterni. A promuovere e a realizzare questo “impianto comunitario” serve un pastorale di servizio: altro che organizzare. A un organo pastorale è affidato il discernimento sullo stato di vita nuova del gruppo e di ogni singolo fratello; il discernimento sul cammino che settimana dopo settimana lo Spirito ci fa compiere.

Vivere il RnS significa comprenderne a fondo le scelte che maturano a livello nazionale e attuarle, altrimenti non si saprà mai quanti “Rinnovamenti” vivono in Italia, se ognuno ha il suo e se lo tiene stretto.

Vivere il RnS significa non trascurare il passato che ci ha generati. Il RnS, per moltissimi dei presenti, esisteva già molti anni prima del loro arrivo in uno dei tanti gruppi d’Italia: con quale umiltà e disponibilità mi sono messo dinanzi a questo passato? Cosa conosco di questo passato, perché viva nel discernimento del presente e io sia “fedele a un deposito” che mi precede?

Vivere il RnS significa lasciarlo vivere come lo Spirito vuole e non come io, nella mia libertà, decido viva. Quante volte confondiamo la nostra libertà con la libertà dello Spirito, il nostro mondo umano con il mondo divino dello Spirito.

         Difendere il RnS

Se lo Spirito Santo è il nostro difensore, se la sua attività è difenderci dal male, dai peccati, dalla vita vecchia, perché in molti casi si respira “morte” nel futuro di alcuni gruppi, che nulla fanno per lasciare che lo Spirito difenda la sua opera?

Difendere il RnS  significa essere animatori che si pongono sempre dalla parte dello Spirito – che è Altro da noi, con ragioni diverse dalla nostre, con pensieri e vie lontanissime dalle nostre.

Difendere il RnS significa accettare la “spada della verità” quando occorre resistere a mode, a tendenze culturali, a deviazioni morali, a diatribe teologiche che spengono le grazie carismatiche dello Spirito.

Difendere il RnS significa non lasciarsi spaventare da chi ci giudica, ancora sorride di noi o offende lo Spirito, i Papi, il Magistero ripetendo giudizi inadeguati, superati, ingiusti. Quando questo accade e accadrà, non si arretra di un centimetro. Se sappiamo di non avere nulla da farci rimproverare e se stiamo facendo ciò che ci è chiesto di fare, si sorride e si affida alla bontà di Dio ogni cosa.

Ma si cammina, non ci si ferma, non si va in crisi dinanzi alle prime difficoltà. Le difficoltà esistono per essere superate non per farci dannare o per far spegnere la portata profetica del RnS.

Difendere il RnS significa essere fedeli ad una spiritualità che altri mi hanno consegnato, perché la custodisca e la alimenti.

         Diffondere il RnS

Si è responsabili e animatori del RnS se si è anche “diffusori” del RnS. Più alta è la responsabilità e più ci sarà chiesto se abbiamo diffuso la conoscenza del RnS.

Del resto, è stato lo stesso Giovanni Paolo II a dire alla Chiesa tutta, nel 2004 e nel 2002: “RnS: fai conoscere lo Spirito Santo… fai conoscere i prodigi della Pentecoste”. Per questo esistiamo, per questo ci affatichiamo, perché la Chiesa tutta e il mondo intero esperimentino la grazia dell’effusione pentecostale dello Spirito, causa di nuovi carismi e di una fede sempre vittoriosa.

Se non si diffonde, il RnS muore. Se non si diffondono, i carismi soffrono l’atrofia spirituale.

Diffondere il RnS significa impegnarsi a dar vita a nuovi gruppi: questo era alle origini del RnS un frutto eloquente della vita nello Spirito. Ovunque si dava testimonianza della novità del RnS e chi la riceveva chiedeva la nascita di un nuovo gruppo.

Molti animatori, purtroppo, non hanno neanche tempo da dedicare a quel piccolo gruppo che da anni è sempre fermo lì, con le stesse persone, come se il tempo si fosse fermato. Figurarsi, allora, se può  esserci spazio o entusiasmo per andare a crearne di nuovi.

Diffondere il RnS significa avere animatori e responsabili che vivono il RnS con una sensibilità missionaria, cioè vivono la vita carismatica soprattutto “fuori dal gruppo”, per aprire nuove vie alla testimonianza dello Spirito e seminare vita nuova in luoghi ecclesiali, ma anche negli ambienti sociali.

         Sostenere il RnS

Non è più ammissibile che molti animatori e responsabili si “impegnino” a sostenere le più svariate forme di volontariato, di iniziative missionarie, di altre realtà legate alla parrocchia o ad altre associazioni e non sentano il “dovere morale”, che dalla responsabilità spirituale discende, di sostenere il RnS  ed educare i fratelli che hanno scelto il RnS di sostenere la propria casa, la propria missione, i propri progetti, le necessità sempre più esposte.

Sostenere il RnS, cioè provvedere alle necessita del Movimento di cui si è responsabili, è obbedire ad un comando di Dio. S. Paolo, in tutte le sue lettere apostoliche, richiama puntualmente a questo dovere tutte le comunità. Dalla disponibilità a procurare il maggior bene al Movimento di cui si è espressione, si comprende la vera appartenenza ad una realtà.

Sostenere il RnS non è un “avviso” dato alla rinfusa ai fratelli o a un delegato… perché io sollevato da questa scomoda incombenza. Sostenere il RnS significa alimentare in tutti la fantasia della carità, intanto attraverso l’esempio personale e il convinto incoraggiamento.

Francois de La Rochefoucald, in una sua massima (490) afferma: “Si passa spesso dall’amore all’ambizione, ma non si torna mai dall’ambizione all’amore”.

Ebbene non dobbiamo “ambire ad essere carismatici”, ma semplicemente amare lo Spirito.

Non dobbiamo ambire a farci un nome nella Chiesa, nelle nostre realtà locali, ma semplicemente amare lo Spirito: sarà lo Spirito a procurare gloria al nome di Gesù, Lui a procurarsi onore, se vuole servendosi di noi.

 

 

SECONDA PARTE

Maturità ecclesiale e Movimento ecclesiale

30 maggio 1998. Piazza S. Pietro, Giovanni Paolo II e i movimenti. Un evento memorabile nella storia della Chiesa, di cui una straordinaria replica si prepara per la prossima Pentecoste 2006 con Benedetto XVI.

Giovanni Paolo II, ponendo l’accento sul profilo carismatico della Chiesa, questo affermò all’indirizzo nostro e di tutti i movimenti presenti:

“Oggi dinanzi a voi si apre una nuova tappa: quella della maturità ecclesiale”. E subito dopo precisò il significato di questa espressione “maturità ecclesiale”, aggiungendo: “La Chiesa si aspetta da voi frutti maturi di comunione e d’impegno”.

Cinquantasei giorni prima, il 4 aprile, ricevendo in udienza privata il RnS, il Santo Padre aveva coniato per noi una definizione nuova – ripetendola poi in due distinte sedi, ad ICCRS e alla Fraternità delle Comunità carismatiche d’Alleanza – l’espressione: “il Rinnovamento è un movimento ecclesiale”.

Una definizione nuova nel nostro vocabolario, ma anche nel linguaggio storico che aveva provato a definire il Rinnovamento, già dagli stessi documenti di Malines.

Ma non una espressione incauta, quella del Papa, bensì la naturale evoluzione, la sintesi di quanto sin dalle origini si andava definendo.

  1. Il RnS è sempre stato chiamato, sin dalle origini, “Movimento”: Movimento carismatico o Movimento pentecostale cattolico, ma sempre Movimento. Corrente di grazia nella sua dimensione “intrinseca”; Movimento nella sua esplicitazione visibile. Si è definito il Rinnovamento come “il Movimento che ripropone l’attualità dei carismi nella Chiesa”.
  1. Nel definire questo nuovo Movimento, il Rinnovamento, si affermava:

“Il Movimento è costituito da gruppi di cristiani che si radunano per pregare insieme e chiedere per ciascun membro una nuova effusione dello Spirito che sia causa di una nuova esperienza dei carismi e di una nuova disponibilità a metterli a servizio della Chiesa e del mondo”.

Questa la prima, importante definizione “teologico-pastorale del RnS”, sin dalle origini. Una definizione che riassume, per il RnS, i “criteri di ecclesialità” dati nella “Christifideles Laici”. Una definizione articolata per dire che il RnS è nella Chiesa e per la Chiesa, quindi che è un “movimento ecclesiale”.

Sin dalle sue origini il RnS è Chiesa.

Lasciate che ritorni alle nostre origini, per farvi vedere come la questione era già allora ben chiara e definita.

Nell’ottobre del 1977, a Salerno, in occasione del Primo Congresso del RnS dei gruppi dell’Italia Meridionale, i primissimi partecipanti al RnS si interrogarono sulla loro identità. All’unanimità e con applausi, fu accolta da tutti l’affermazione formulata da Salvatore Cultrera:

“Siamo di fatto comunità ecclesiale, perché uniti da uno stesso principio di vita soprannaturale; perché uniti dagli stessi vincoli di preghiera e di amore; perché tendiamo allo stesso fine “prossimo” (testimoniare Cristo, mossi dai carismi dello Spirito) e “ultimo” costruire il Regno di Dio”.

Dunque “comunità ecclesiale”. Ma ci si pose subito una domanda: come denominarsi? Gruppi o comunità?

Ebbene, nel 1979, a Rimini, in occasione della seconda Convocazione nazionale, fu affidata a P. Natale Merelli la definizione della questione. Si era già consumata una divisione all’interno del RnS. Erano sorte le “Comunità Maria”, per cui si propose di usare la parola “gruppo” per distinguersi, terminologicamente, da queste realtà. Molti erano infatti, in Italia, i gruppi che avevano deciso di chiamarsi “gruppi Maria”; quasi tutti i primi gruppi storici d’Italia – a Brescia, come a Palermo – si denominarono “Maria”, per cui si optò per la parola “gruppo” al fine di non generare confusione con la Comunità Maria ormai sganciatasi dal RnS.

Ma il discorso di P. Natale – che all’epoca era anche l’assistente spirituale del CNS, per volontà del cardinale vicario di Roma Paletto – fu chiaro: a parte il nome, la distinzione non esisteva e non doveva esistere nella esplicitazione del cammino che ad ogni gruppo si chiedeva. Un cammino di tipo comunitario, al punto da voler attribuire ai gruppi un nome ancora più significativo della loro identità: fraternità.

  1. Natale spiegava questa scelta affermando:

“Incontrandoci fedelmente e continuamente per pregare, progrediamo in questo diventare fratelli, piccola chiesa viva, per essere comunione, per essere una koinonia”.

Possiamo, allora, ritornare alla consegna di Giovanni Paolo:“La Chiesa si aspetta da voi frutti maturi di comunione e d’impegno”ed esplicitarla, perché venga compresa con maggiore chiarezza. Mi muoverò, qui, solo nella prima direzione: “frutti maturi di comunione”.

 

“Frutti maturi di comunione”: la carità carismatica è vita comunitaria

Non esiste altro modo di essere RnS se non nella comunione e nel vivere questa comunione nella “koinonia” con la Chiesa locale: ogni gruppo, una comunione di fratelli, nella Chiesa.

Don Dino Foglio, nella sua preziosa opera in due volumi “Il vero volto del RnS in Italia”, già nel 1981 affermava: “I partecipanti al RnS sanno di essere comunità – anzi fraternità – ma conservano il nome ricevuto al loro sorgere: gruppi di RnS”.

In cosa consiste, allora, implicitamente ed esplicitamente, il rimando alla parola comunità? La risposta che P. Domenico Grasso, teologo del RnS, insieme allo stesso Don Dino nel suo libro diedero, è estremamente semplice ed efficace:

“Se tutti i membri del RnS sanno di essere comunità, può esserci una comunità in senso più pieno, pregnante e altre in senso meno pieno”, cioè meno vincolate al rimando ad un fondatore o ad una regola di vita.

Tutti i membri del RnS sanno di essere comunità. Cioè vivono una vita comunitaria, così che in ogni realtà, gruppo o comunità propriamente detta, in ogni realtà il vero rinnovamento viva, seppure con gradi d’impegno o d’intensità diversi.

E per questo che non può esserci contrapposizione tra gruppi e comunità nel RnS; non sono due cammini “diversi” o “divisi”, uno migliore e uno peggiore, uno più carismatico e uno meno. Tutti sono chiamati a vivere il vero RnS con una comune base di vita comunitaria; ad alcuni, non a tutti, lo Spirito potrà chiedere di assumere impegni stabili, sanciti da una regola, ed ecco le comunità d’alleanza o di vita.

Ma nessun membro del RnS potrà sottrarsi alla vita comunitaria, senza per questo dovere diventare una comunità propriamente detta o vedere in questa forma un Rinnovamento “migliore”.

Koinonia, Comunione

  • Koinonia, comunione, era una parola fortissima alle origini del Rinnovamento ed ecco perché il diavolo reagiva con il seme della discordia;
  • Koinonia, una parola che indicava e ancora oggi indica non la quantità di gruppi aderenti al RnS, ma la qualità di vita comunitaria promossa da ogni realtà, gruppi o comunità senza distinzione.
  • Koinonia è il vincolo spirituale che rende possibile un cammino, che rende “comune” un cammino fra persone che, dapprima estranei, nel RnS si riconoscono fratelli e s’impegnano a vivere come “i fratelli del Signore”.

Questo avviene per gradi, ma il processo deve avviarsi, altrimenti il cammino di un gruppo… non è ancora veramente iniziato!

I “gradi” di questa comunione sono anche i criteri per comprendere la “vita comunitaria di un gruppo” – senza la quale si può dire di essere del RnS, ma non si vive ancora il vero RnS . Sono criteri biblici, sono i pilastri delle comunità ecclesiali delle origini del Cristianesimo a cui il RnS si è sempre ispirato osservando il libro degli Atti e le Lettere paoline.

Due “massimi gradi”, due vie imprescindibili, alle quali inesorabilmente lo Spirito conduce chi vuole crescere nella koinonia, nella vita comunitaria carismatica:

  • Un massimo grado della Koinonia è “condividere i beni spirituali”: la preghiera, la Parola, i sacramenti, i carismi, i ministeri.
  • Un altro massimo grado della Koinonia è “condividere i beni materiali”: sostenere i fratelli del gruppo, aiutare i bisognosi che bussano alle porte del gruppo, sovvenire alle necessità del RnS, come si provvede ai bisogni della propria casa o della propria famiglia.

Fratelli e sorelle, lo Spirito chiama il RnS a rafforzare i vincoli di comunione al proprio interno: tra i vari organi di servizio, tra i diversi ministeri, tra gruppi e comunità operanti in una stessa diocesi. Questa è già la prima risposta alla richiesta di Giovanni Paolo II: “frutti maturi di comunione”. Spesso abbiamo dato testimonianza opposta: di litigiosità tra membri di pastorale, tra gruppi di una diversa Diocesi, tra responsabili di Comunità. Ciò è segno di immaturità spirituale, di egoismi carismatici; ciò non fa onore ad un cammino pluritrentennale che tante esperienze dolorose non può aver vissuto invano.

Ma se la comunione non la vivi all’interno del Movimento, come potrai testimoniarla fuori? Se non senti il sapore meraviglioso della vita comunitaria carismatica nel tuo gruppo, come potrai sentire l’impulso a testimoniarla, a diffonderla nella parrocchia, nelle chiesa locale, nelle realtà che sono nel mondo?

Va detto che, certamente, un aiuto a conservare la comunione e a renderla visibile è venuto dall’approvazione dello Statuto da parte della CEI. Ciò che molti temevano è risultato, invece, un forte aiuto alla comunione interna del nostro Movimento, perché ha “responsabilizzato i responsabili” dinanzi alla Gerarchia e ci ha condotti ad un cammino sempre più unitario, sfrondando molti personalismi che prima erano causa di divisioni, riducendo tante improvvisazioni nelle proposte formative.

Non c’è RnS senza vita comunitaria

Vorrei affermare un principio assai importante, direi decisivo per il nostro futuro, per la nostra comunione interna: non è uno statuto, né il collegamento dei diversi organi pastorali di servizio a determinare la comunione all’interno del RnS;

Decisivo è e sarà la “maturazione spirituale” nostra e dei nostri gruppi, perché ogni fratello o sorella che partecipa alla vita del Rinnovamento abbia assicurato, dopo la preghiera d’effusione, un cammino di crescita in un gruppo che abbia una “vita comunitaria”.

  • Ogni riduzione delle fatiche che il cammino del RnS comporta, è riduzione dello Spirito Santo in mezzo a noi.
  • Ogni parsimonia nel sacrificio richiesto per tenere uniti i fratelli, per servirli in un cammino ricco di esperienze formative e di incontri con il Signore, è deficit di Spirito Santo.
  • Ogni lacuna formativa e di identità ecclesiale dei responsabili, è indice che non stiamo vivendo sotto l’effetto dell’effusione dello Spirito.

E se così fosse, si corre ai ripari senza indugiare!

È bene che si dica che non è mai stata usata propriamente, quando qualcuno lo ha fatto, l’espressione Rinnovamento = “gruppi di preghiera”.

Non è sbagliata, è semplicemente inadeguata. I nostri sono “gruppi ecclesiali fondati su una vita comunitaria carismatica”.

Quando l’espressione “gruppi di preghiera” è stata usata, ha sempre indicato quell’elemento basilare, caratteristico e comune a tutti dell’incontro settimanale di preghiera comunitaria. Ma non si può specificare nel solo pregare il nostro essere RnS: “vieni a pregare con noi!”, e poi… “ci ritroviamo la prossima settimana per pregare”.

Sarebbe assolutamente riduttivo e tradirebbe la missione del RnS, che continua a sognare il rinnovamento di tutta la Chiesa e del mondo intero attraverso l’opera dello Spirito Santo di cui vogliamo essere collaboratori.

Ma questo non accadrà se ci procureremo una “vita fraterna e comunitaria”.

         Come fioriscono o appassiscono i carismi

Il RnS esiste per collaborare attivamente alla realizzazione dell’opera evangelizzatrice della Chiesa, uomini e donne che proclamano il Vangelo, con parole e opere nel potere dello Spirito e con i suoi carismi, dando testimonianza di Gesù vivo con una permanente conversione della propria vita al Vangelo. Ma questo non accadrà senza “vita fraterna e comunitaria” che generi una più intensa vita spirituale e carismatica.

  • Vita comunitaria è sempre sinonimo di vita carismatica: non cercate altri rimedi alla penuria di carismi!

Molti parlano del RnS delle origini con molta nostalgia. Lasciate che ne parli chi c’era, chi già nel 1979 – seppure ragazzo – era animatore di una comunità di oltre cento persone e nel 1980 ha iniziato, senza più interromperla, la sua esperienza pastorale.

Quale era il segreto delle origini?

  • Pensate che la preghiera fosse più carismatica? No, lo è oggi più di allora; allora era più “comunitaria”.
  • Pensate che le manifestazioni dello Spirito fossero allora più numerose di ora? No, ma l’esperienza dell’amore fraterno e la pratica comunitaria dei carismi – non alcuni animatori a nome di tutti, ma il dono di ciascuno e di tutti insieme – ebbene questo era il più grande miracolo che generava stupore e aggiungeva ogni settimana nuovi fratelli.

Il segreto delle origini era nella “radicalità evangelica” e nella “semplicità evangelica” che i sacerdoti, guide innamorate del RnS, trasmettevano e che una generazione di laici assunse con tanto trasporto d’amore, con tanto desiderio di esperimentare il sostegno fraterno.

Altro che estraneità, altro che nemici, altro che indifferenza all’interno di un gruppo: come si può pensare che ci sia lo Spirito Santo al lavoro in un simile inferno? Come possono i nostri fratelli incontrare il Paradiso se noi conserviamo l’inferno?

La forza della comunione fraterna che si esperimentava alle origini, era data sì dalla preghiera, ma anche dal sapersi tutti impegnati nel far conoscere Gesù vivo. Tutti pregavano e alla preghiera tutti facevano seguire l’impegno di vita nuova. Il bisogno di ritrovarsi spesso, nasceva dal desiderio di raccontare cosa il Signore andasse compiendo per mezzo di ciascuno. E la gioia cresceva nel vedere che nessuna difficoltà ci fermava, che ogni forma di persecuzione ci rendeva più uniti: altro che paura, rispetto umano. E così il RnS si diffondeva.

Cosa possiamo fare, allora, per rilanciare o iniziare questa vita comunitaria? Con umiltà apriamoci allo Spirito, lasciamoci condurre senza avere fretta di fare tutto o paura di non poter fare tante cose.

  • Vita comunitaria, indica un cammino cadenzato da più momenti d’incontro e di crescita settimanali, ponendo al centro la Parola di Dio, senza il quale il RnS perde la sua carica profetica e di annuncio.
  • Vita comunitaria, significa celebrazioni sacramentali ed extraliturgiche periodiche, in cui si rafforza la nostra unione con Cristo e fra i membri del gruppo.
  • Vita comunitaria, comporta un maggiore legame d’amore fra i membri di un gruppo, più amicizia, più condivisione, più disponibilità a camminare insieme.

Nessuno si offenda se affermo che senza questi tre elementi, vivendo cioè solo di preghiera comunitaria, un gruppo non è ancora pienamente cattolico. Non bastano i carismi a farci Chiesa: serve la Parola, servono i sacramenti, serve la fraternità.

L’anemia spirituale e carismatica di un gruppo o di una comunità, si risolve solo rafforzando la vita comunitaria. Lo ripeto: molte divisioni, approssimazioni, riduzioni di senso ecclesiale del RnS, derivano dalla mancanza di crescita degli animatori e responsabili, di crescita nella vita comunitaria. Ed ecco che molti si ritrovano un giorno chiamati a svolgere un servizio pastorale, spesso non solo a livello di gruppo, senza avere alle spalle un’esperienza approfondita del RnS, un’esperienza ampia, adeguata al tempo che viviamo e alle esigenze della fede oggi, del RnS oggi. E crollano, si abbattono subito, si bloccano e smettono di progredire.

Non si può fermare il tempo;

  • non si può – mi rivolgo ai più anziani – vagheggiare le origini del RnS quando noi per primi abbiamo allentato la vita comunitaria dei nostri gruppi, abbiamo ridotto l’intensità spirituale, catechetica, testimoniale del RnS;
  • non si può – mi rivolgo ai nuovi animatori, a quella larghissima parte che ha ricevuto la preghiera d’effusione dopo il 1990, oltre l’80% degli attuali aderenti al RnS – essere contenti delle “cipolle d’Egitto” quando a Gerusalemme scorre “latte e miele” e noi non siamo ancora andati ad esplorare la “terra promessa” dove lo Spirito ci attende, forse addirittura la rifiutiamo.

Siamo chiamati ad andare avanti. Ma il nostro andare avanti dovrà significare – sul piano spirituale – un voltarsi indietro, non per “rimpiangere”, ma per recuperare quell’impianto serio, autenticamente ecclesiale, partecipativo, che i nostri gruppi hanno avuto almeno fino alla vigilia degli anni Novanta, quando l’esplosione di nuovi gruppi e la nascita di una nuova generazione di animatori ha provocato un cambio; abbiamo oggi animatori che, ancor prima di formazione ministeriale e pastorale, abbisognano di gruppi e comunità degni di questo nome per “viverla” la tanta formazione che viene offerta. E bisogna fare in fretta, senza alibi che rinviino l’intervento dello Spirito e fanno perdere d’identità carismatica il RnS.

Guidare fratelli e sorelle che si consegnano alle nostre cure; assicurare loro il giusto nutrimento sacramentale e carismatico, assumere responsabilità dinanzi ad un Vescovo, ad un parroco, ad altri Movimenti, non può essere frutto di improvvisazione, né di abilità umane, ancor peggio di un impegno di qualche ora a settimana. È impensabile. Questo miracolo lo Spirito non può compierlo! Non chiedeteglielo: ha “bisogno di più tempo e spazio per lavorare”.

Non basta fidarsi dello Spirito, se lo Spirito non può contare su di noi, sul nostro impegno di conversione permanente, sul nostro personale amore per la Parola di Dio e per la contemplazione, sul nostro desiderio di dare sempre il meglio di noi ai fratelli, in uno studio, in un’applicazione crescente sulle cose dello Spirito.

Gesù è chiaro: “Senza lo Spirito, la carne non giova a nulla” (Gv 6, 63).

Alcune parole… forti e chiare!

Conosco le obiezioni che adesso potranno derivare a queste tesi, certo sentite utili, necessarie, ma forse ritenute anche impraticabili, in considerazione dello stato di fatto di molti gruppi e di molti animatori. Così che molti si diranno: come si fa? e chi può aiutarci?

In conclusione proviamo a dare alcune indicazioni precise su alcuni temi precisi. Nelle mie conclusioni, poi, daremo anche l’annuncio di alcune iniziative che il CNS e il CN sperano di concretizzare per il prossimo anno.

  • Sulla formazione di un gruppo o comunità: deve essere permanente. Abbiate o no catechisti, abbiate o no sacerdoti, deve essere permanente, settimanale oltre l’incontro di preghiera comunitaria.
  1. Non ci si può fermare alla sola “evangelizzazione fondamentale”. L’evangelizzazione fondamentale è il kerigma, cioè il seminario di vita nuova che prepara alla preghiera d’effusione. Dopo l’evangelizzazione fondamentale, “tutti” devono iniziare un cammino di crescita, cioè la formazione alla vita comunitaria carismatica, con i temi propri della crescita umana, spirituale ed ecclesiale. Ed ecco che allora, dall’esperienza personale dell’amore di Dio – preghiera d’effusione – si passerà all’esperienza comunitaria dell’amore di Dio, la dimensione comunitaria dei carismi. Solo nel corpo, nella comunione d’amore, i carismi potranno fiorire e fruttificare. Senza questo livello di crescita, connesso e successivo all’evangelizzazione fondamentale, non si può parlare né di formazione ministeriale, né di formazione pastorale, perché manca il terreno su cui porle.
  1. La formazione ministeriale, portata avanti a livello regionale, talvolta diocesano nelle regioni più popolose di gruppi, non sostituisce la formazione di base, bensì la presuppone. Organizzare weekend, tre giorni, giornate di ogni tipo e ad ogni livello per parlare di tutto, di ogni carisma, di ogni possibile uso, di mille progetti ecclesiali e sociali dei nostri ministeri è come parlare della brocca senza sapere se c’è acqua disponibile. L’acqua non sono i fratelli, ma i gruppi e le comunità in cui i fratelli sono impegnati nel loro cammino di crescita. Se non si tiene conto di questo e non ci si confronta con le realtà locali, continuamente richiamate da incontri di formazione ministeriale di ogni tipo, avremo continue tensioni interne e l’indebolimento fisiologico del RnS, piuttosto che la diffusione del RnS.

 

Occorre più equilibrio, più attenzione al cammino di crescita dei fratelli, impegnandoci tutti a renderlo il più possibile autentico. I ministeri, pertanto, siano di aiuto a livello locale e non di fuga dal livello locale; di sostegno a livello locale e non da sostenere dal livello locale.

Mi rivolgo ai pastorali di gruppi che si sentono piccoli, deboli, senza aiuto: cercatelo e lo troverete; muovetevi dalle quattro pareti in cui vi siete rinchiusi e troverete “vita nuova”. Alle origini del Rinnovamento si facevano, anche più volte a settimana, ore di macchina per andare a ricevere la catechesi o per celebrare un’Eucaristia settimanale. Solo così senti veramente di essere Chiesa, di voler partecipare al suo destino, senti la forza di collaborare al suo rinnovamento

  • I ministeri regionali e nazionali, siano essi pastorali o legati all’animazione o all’evangelizzazione, non possono sottrarre continuamente fratelli e sorelle al loro cammino nel gruppo o nella comunità di cui sono parte. Ciascuno di noi è primariamente impegnato con i fratelli e le sorelle che il Signore gli ha messo a fianco e deve crescere con loro: è un dovere, non una possibilità subordinata a tutti gli altri impegni del RnS. Il ministero non è il luogo della crescita spirituale che sostituisce il gruppo; il ministero è il luogo della testimonianza: ma se non si vive un cammino settimanale, risulta difficile capire cosa si testimonia, quale RnS si esperimenta e con quale autorità si possono guidare centinaia e centinaia di persone.

 

Vorremmo, intanto, che i ministeri non si preoccupassero di dire sempre cose nuove, ma di ridire le cose fondamentali per la diffusione della grazia del RnS. Il resto non siamo tenuti a farlo: chi vuole approfondire può attingere alla ricchezza della Chiesa, a corsi, seminari, libri molto più qualificati dei nostri.

  1. Il ministero non è “accademia dello Spirito”, ma “palestra dello Spirito”: ci si

forma esercitando i carismi, non teorizzandoli. Occorre fare revisione e revisione profonda, altrimenti con il passare del tempo e il desiderio di dire cose nuove, sempre più specialistiche, i ministeri saranno sempre più lontani dalla vita reale dei gruppi e i fratelli che formiamo saranno incapaci di trasmettere conoscenze senza una vera esperienza o un rimando concreto all’esperienza del RnS. Questa dobbiamo trasmettere; il resto lo facciano gli altri.

  1. Fatta la loro formazione carismatica, i ministeri devono divenire “strumenti di

evangelizzazione”. Bisogna portare l’esperienza carismatica fuori dai gruppi: a questo servono i ministeri. Non sono dati dallo Spirito solo per il bene di pochi, dentro un gruppo, o per un’animazione parrocchiale o per un Roveto Ardente con il Vescovo: questa è ancora la Chiesa. E il mondo? I ministeri carismatici sono perché il mondo conosca Gesù. Se c’è il destino del mondo nel nostro lavoro spirituale, allora vedremo come i ministeri sentiranno il bisogno di collaborare, non inseguendo ciascuno le proprie iniziative, ma perseguendo insieme pochi e comuni obiettivi di  evangelizzazione, che vedrete saranno raggiunti con una grande efficacia.

Ricordiamo il miracolo che è avvenuto per il Referendum: chi faceva Roveti nelle città, chi faceva incontri con le famiglie, chi con i giovani, chi elaborava strategie di comunicazione, chi faceva il “porta a porta”: tutti sullo stesso tema, con l’aiuto dello Spirito, abbiamo dato una testimonianza di evangelizzazione straordinaria. Molti, che non sapevano neanche che esistesse il RnS, hanno visto la nostra multiforme ricchezza di carismi e hanno ritrovato Dio.

  • Decisivo per il rilancio della vita comunitaria carismatica sarà la presenza attiva e appassionata di sacerdoti disposti a vivere e a trasmettere l’esperienza del RnS. Il RnS non ha bisogno di “sacerdoti spettatori” o “censori”, che mal sopportano il RnS o che lo adattano alle esigenze di tempo o di comprensione. Il 7.5.1981 Giovanni Paolo II affermò che “non si può essere assistenti spirituali del RnS a meno che e fino a che non se ne comprende l’esperienza e la si condivide, per crescere insieme ai laici nei doni dello Spirito” (cf Linee guida per Animatori, pag. 47). Parole meravigliose, che riguardano anche i parroci, soprattutto i parroci.
  1. Non è concesso ad un parroco di creare “obblighi” ad un gruppo, procedendo per ricatti : “ti tolgo la sede, se non fai questo, non ti do questo”. Se si tratta di accettare umiliazioni, viva lo Spirito Santo!; ma se si vuole impedire allo Spirito Santo di far crescere l’identità propria del RnS o la si subordina a “voglie umane”, non abbiate remore a trovare un altro luogo dove riunirvi. Non è il parroco che “fa” il RnS, ma lo Spirito Santo.
  1. Attenti ad aprire le porte a “sacerdoti itineranti” che non sono espressione del RnS, che si dicono carismatici e vengono per “suonare le campane” e poi scomparire. Un sacerdote deve camminare nel gruppo insieme ai propri fratelli, accompagnarli, farsene guida, non appena animatore carismatico occasionale; farsi padre, non padrone dei fratelli.

Dicevo dell’urgenza di coinvolgere, come alle origini del RnS, un gruppo di sacerdoti che non hanno paura di sposare il RnS, magari di faticare più degli altri, perché già impegnati con il Vescovo o in altri uffici. Senza sacerdoti che vivono e fanno vivere il potere dello Spirito, è bene si dica che lo sviluppo di un gruppo sarà fortemente limitato.

Sì, i laici, ma il sacerdote non è sostituibile. Deve però camminare con il gruppo, difendere e diffondere il gruppo. L’ecclesialità del RnS passa dai collaboratori dei Vescovi che sono i sacerdoti. Il nostro lavoro di laici potrà essere straordinariamente efficace, ma mai completo senza sacerdoti coinvolti nel RnS.

  • Circa il livello pastorale diocesano, ribadiamo che non è alternativo o parallelo a quello regionale; ma non è neanche sostitutivo di quello locale, di gruppo che è sempre il primo, insostituibile livello di riferimento pastorale del RnS.

E allora a che serve? Serve:

–  a legare il Rinnovamento alla vita della chiesa locale e al Suo Vescovo;

– a promuovere l’unità dei gruppi e delle comunità che non può essere

realizzata dal livello regionale, perché deve essere vissuta in Diocesi;

–  a creare spazi di evangelizzazione per i nostri ministeri, non a introdurre ulteriore formazione oltre quella regionale e nazionale;

–   a diffondere la grazia del RnS con la creazione di nuovi gruppi.

Vi sembra poco?

Ognuno stia al proprio posto, non si sostituisca agli altri, non brami fare diventare il livello diocesano il RnS italiano, con umiltà e radicamento sul territorio e vedremo molte più meraviglie di quelle che riusciamo ad immaginare.

Bisogna lavorare, armonizzare, migliorarsi nelle relazioni fraterne: il passo è segnato e in questo ambito si giocherà il nostro futuro, in considerazione del fatto che sempre più il RnS è richiesto a livello di servizio ecclesiale.

 

  • Circa il rapporto tra RnS e Parrocchia, ribadiamo, ancora una volta, che il RnS non è un movimento parrocchiale, della parrocchia per la parrocchia; per sua natura il RnS è costituito da gruppi e comunità non necessariamente legati all’ambito parrocchiale, tanto nella presenza, quanto nella tipologia dei partecipanti al gruppo. Del resto, lo abbiamo già accennato, le finalità del Rinnovamento non si esauriscono o si identificano con il programma pastorale del parroco.

È bene ricordare che dal Concilio la linea ecclesiologica non è “Movimenti – parrocchia”, ma “Movimenti – Chiesa locale”; ancora più precisamente “I movimenti «nella» Chiesa locale e «dalla» Chiesa locale «per» la Chiesa universale.

 

Il documento ecclesiale “Le Aggregazioni Laicali nella Chiesa”, n. 36 afferma: “Le Chiese particolari, ed in esse le parrocchie, sono chiamate a riconoscere il valore delle nuove esperienze di vita cristiana, ad accoglierle, a promuoverne la crescita e in spirito di comunione, ad aprire loro gli spazi necessari ad esprimere i rispettivi itinerari educativi e metodologie, a favorire, incoraggiare e sostenere la loro partecipazione secondo il loro diritto… Le diocesi e le parrocchie, d’altra parte, non possono considerare il loro rapporto con le aggregazioni dei fedeli prescindendo dalla dimensione sopradiocesana e anche internazionale che è propria di molte di esse. Non mancheranno, dunque, di riferirsi al discernimento e all’intervento della Santa Sede circa le aggregazioni internazionali di fedeli”.

E al n. 25 della Christifideles laici, il Papa ribadisce :

Le aggregazioni laicali coltivino costantemente il senso della diocesi, di cui la parrocchia è come una cellula, sempre pronti, all’invito del loro Pastore, ad unire anche le proprie forze alle iniziative diocesane. Anzi, non limitino la loro propria cooperazione entro i confini della parrocchia o della diocesi, ma procurino di allargarla all’ambito interparrocchiale, interdiocesano, nazionale o internazionale”.

Tradotto, in termini concreti, e forti dell’ultimo richiamo di Benedetto XVI ai Vescovi italiani, sul tema, occorre che il RnS collabori con le parrocchie, non che sia assorbito.

Significa che il RnS abbia il proprio programma formativo, la propria proposta spirituale sulla quale gli animatori devono concentrarsi, piuttosto che su quella del parroco. Un conto è il coinvolgimento personale, un altro è quello del gruppo. Un parroco può chiedere ad altri fedeli laici, non associati in un Movimento, quello che chiede a noi: perché spremere sempre e soltanto gli stessi limoni?

Si collabora con le parrocchie, portando lo specifico del RnS, non facendolo esaurire; si collabora con il parroco facendo quelle cose, nello stile del Rinnovamento, che altri non possono o non sanno fare, magari aiutandolo a cercare nuovi animatori parrocchiali.

Pertanto è grave sentire che molti responsabili non hanno tempo perché devono lavorare in parrocchia. La tua responsabilità, se l’hai assunta, è il RnS. Il parroco potrà trovare altri, i fratelli non hanno che te e da te dipende la loro crescita.

Ancora più paradossale è sentire da molti che fanno i catechisti in parrocchia e non fanno catechesi al gruppo. La tua responsabilità è ecclesiale e il tuo essere catechista al gruppo è un ministero ecclesiale non inferiore a quello che svolgi nella parrocchia. Se hai tempo per la parrocchia e non hai tempo per il RnS, lascia la responsabilità nel RnS ad altri. Un conto è essere un semplice fedele; un conto è essere un responsabile che svolge già un ministero ecclesiale nel RnS per il bene dell’unica Chiesa.

Abbiate discernimento e non mimetizzatevi: c’è una grande dignità nel vostro lavoro per il RnS e del resto non bisogna, né si deve stare dappertutto.

 

 

Ripartire dallo Spirito Santo

A Lucca, nel meraviglioso Convegno Internazionale dedicato allo Spirito Santo e ai suoi Testimoni nel Novecento, nella mia introduzione al Convegno parlavo di una “parentela d’amore” che con la Pentecoste lo Spirito ha creato nell’umanità.

Il RnS ne vuole essere segno e profezia.

Al mondo manca la Pentecoste dell’amore. Dobbiamo regalare a questo mondo l’invocata “cultura della Pentecoste”. Riusciremo nell’impresa di fare del mondo un vero “spazio di fraternità”, dove lo Spirito si muove, se per primi noi esperimenteremo la bellezza del suo amore nella nostra vita comunitaria.

A Lucca dicevo, e con queste stesse parole desidero concludere: “Pentecoste è un’operazione divina, non  fa i conti con le nostre abilità umane o con le nostre scelte. È Dio che sceglie; è Dio che ci ha scelti e si manifesta con potenza se vede cuori uniti, cuori innamorati, cuori amanti”.

Ci basti sapere, allora, che è sempre viva e vera la promessa di Gesù: “Manderò su di voi lo Spirito Santo” (cf Lc 24, 49).

E tutto ha inizio. E tutto può ricominciare.

Coraggio, RnS! Sia lo Spirito Santo la certezza che ti rende sicuro, gioioso, audace nella povertà e nella debolezza che solo Lui ha il potere di redimere.

E la “Vergine dalle mani alzate” non cessi di danzare per noi davanti alla Trinità!

 

Salvatore Martinez

Autore dell'articolo: Comunità Hosanna

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